Don Olindo Ruotolo

Servo di Dio

Il sacerdote napoletano che insegnò alle anime stanche ad affidare tutto a Gesù

Un bambino chiamato Dolindo

Dolindo Ruotolo nacque a Napoli il 6 ottobre 1882, figlio di Raffaele Ruotolo, ingegnere e matematico, e di Silvia Valle. Era il quinto di undici figli.

Il padre gli impose un nome inconsueto, che don Dolindo avrebbe in seguito collegato alla parola “dolore”. Nella sua autobiografia scrisse infatti: «Fui chiamato Dolindo, che significa dolore».

Il dolore si presentò molto presto. Da bambino ebbe seri problemi di salute e subì alcuni interventi chirurgici. La famiglia, nonostante le origini sociali, attraversava ristrettezze economiche, privazioni e tensioni profonde. Nel 1896 i genitori si separarono e Dolindo, insieme al fratello Elio, entrò nella Scuola Apostolica dei Preti della Missione.

Da ragazzo non sembrava particolarmente brillante nello studio. Secondo il racconto autobiografico, pregò la Madonna perché gli concedesse l’intelligenza necessaria a servire Dio. Da quel momento mostrò una straordinaria capacità di studio e di approfondimento, che egli attribuì sempre alla grazia e mai alle proprie capacità.

Il 1° giugno 1901 emise i voti religiosi nella Congregazione della Missione. Desiderava partire missionario per la Cina, ma i superiori non accolsero la richiesta. Gli venne detto che il suo martirio non sarebbe stato di sangue, ma del cuore: parole che, alla luce degli avvenimenti successivi, sembrarono anticipare il lungo cammino di prove che lo attendeva.

Il sacerdozio

Don Dolindo fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1905. Il giorno successivo celebrò la sua prima Messa, assistito dal fratello Elio, già sacerdote.

Fu nominato professore dei giovani chierici e maestro di canto gregoriano. Svolse il suo ministero prima a Taranto e poi a Molfetta, dove insegnò nel seminario e collaborò alla sua riorganizzazione.

Possedeva una mente vivace, una profonda conoscenza della Sacra Scrittura e una particolare sensibilità verso la vita interiore delle persone. Ma proprio nei primi anni del sacerdozio iniziò il periodo più doloroso della sua esistenza.

Le accuse, la sospensione e il lungo silenzio

Nel 1907 don Dolindo fu coinvolto nel discernimento di alcuni presunti fenomeni mistici. Le sue valutazioni furono contestate e alcune sue affermazioni vennero interpretate come teologicamente scorrette.

Fu richiamato a Napoli, sottoposto al giudizio del Sant’Uffizio e sospeso dall’esercizio del ministero sacerdotale. Venne anche sottoposto a una perizia psichiatrica, dalla quale risultò sano di mente. Fu poi allontanato dalla Congregazione alla quale apparteneva.

Per un sacerdote profondamente innamorato dell’Eucaristia, non poter celebrare la Messa fu una sofferenza difficilmente descrivibile. Eppure don Dolindo non reagì con ribellione, rancore o disprezzo verso la Chiesa.

Continuò ad amarla, a pregare e a obbedire.

Nel 1910 ottenne una prima riabilitazione, ma seguirono nuovi procedimenti, nuove limitazioni e altre condanne. Soltanto il 17 luglio 1937, dopo un lunghissimo cammino di prove, fu definitivamente riabilitato.

La grandezza della sua testimonianza non consiste soltanto nell’aver sofferto ingiustamente, ma nel non aver mai trasformato il dolore in odio. Non permise che in sua presenza si parlasse con disprezzo della Chiesa. La considerava madre anche quando, attraverso alcuni suoi uomini, gli aveva procurato ferite profonde.

Il sacerdote dei poveri e delle anime ferite

Dopo la riabilitazione, don Dolindo continuò il ministero a Napoli, in particolare nella chiesa di San Giuseppe dei Vecchi e Immacolata di Lourdes, dove oggi riposano le sue spoglie.

Attorno a lui si raccoglievano persone di ogni condizione: poveri, ammalati, famiglie in difficoltà, sacerdoti scoraggiati, uomini e donne tormentati da problemi materiali o spirituali.

Non aveva ricchezze da offrire. Donava ascolto, preghiera, parole scritte su piccole immagini sacre e una fiducia incrollabile nella Provvidenza.

Le testimonianze biografiche raccontano che si avvicinava senza paura anche agli ammalati contagiosi, li accarezzava e cercava di confortarli. Viveva poveramente, mangiava pochissimo e indossava abiti semplici. Davanti ai mendicanti non assumeva mai un atteggiamento di superiorità: li abbracciava e, secondo alcuni ricordi, arrivava a baciarne le mani.

Don Dolindo non offriva alle persone illusioni facili. Le invitava a incontrare Gesù dentro la propria prova, continuando a pregare, a curarsi, a lavorare e ad adempiere i propri doveri, ma senza permettere all’angoscia di impadronirsi dell’anima.

Una vita trascorsa a scrivere per Dio

Don Dolindo fu autore di una quantità straordinaria di testi. La sua opera più imponente è il Commento alla Sacra Scrittura, composto da trentatré volumi.

Scrisse inoltre opere di teologia, catechesi, spiritualità, meditazioni mariane, commenti evangelici, lettere, brevi pensieri e pagine autobiografiche. Rispondeva a migliaia di persone e spesso lasciava sulle immaginette poche parole pensate per la situazione spirituale di chi aveva davanti.

Tra le sue opere più conosciute si ricordano:

Fui chiamato Dolindo, che significa dolore, la sua autobiografia; il monumentale Commento alla Sacra Scrittura; gli scritti raccolti sotto il titolo Atto di abbandono; Maria… chi mai sei tu?; Chi morrà vedrà; le lettere e le raccolte note come I fioretti di don Dolindo.

La sua scrittura poteva essere teologicamente profonda, ma anche semplice, concreta e vicina alla vita quotidiana. Voleva far comprendere che Dio non è lontano dalle preoccupazioni umane: entra nelle case, nelle malattie, nelle crisi familiari, nella mancanza di lavoro e in tutte quelle situazioni nelle quali una persona si sente impotente.

La spiritualità dell’abbandono

Il cuore dell’insegnamento di don Dolindo è la fiducia.

Egli raccontò di aver compiuto già il 20 agosto 1896, quando era ancora giovanissimo, un atto completo di abbandono alla volontà di Dio. Conservò quel foglio per tutta la vita e lo considerò il programma della propria esistenza.

Abbandonarsi non significa attendere passivamente che Dio faccia ciò che desideriamo. Significa agire con responsabilità e poi consegnare a Lui l’esito delle nostre azioni.

Significa dire:

Signore, io non vedo la strada, ma Tu la vedi.
Io non conosco la soluzione, ma Tu conosci ciò di cui ho veramente bisogno.
Io non riesco più a portare questo peso da solo.
Perciò lo depongo nelle Tue mani.

Da questa spiritualità nasce l’invito attribuito a don Dolindo:

«Quando vedi che le cose si complicano, di’ con gli occhi dell’anima chiusi: Gesù, pensaci tu».

Il suo segreto, scriveva, era pregare il Signore perché fosse Lui a prendersi cura di ciò che superava le capacità umane.

Gli ultimi dieci anni

Nel novembre del 1960 don Dolindo fu colpito da un ictus che gli paralizzò il lato sinistro del corpo.

Nonostante la grave menomazione, continuò a pregare, ricevere persone e scrivere alle proprie figlie spirituali. Il corpo diventava sempre più fragile, ma il suo desiderio di accompagnare le anime rimaneva intatto.

Morì a Napoli il 19 novembre 1970, all’età di ottantotto anni. Le sue spoglie riposano nella chiesa di San Giuseppe dei Vecchi e Immacolata di Lourdes, in via Salvatore Tommasi a Napoli.

Aneddoti e testimonianze su don Dolindo

La stima di Padre Pio

Una tradizione biografica molto diffusa racconta che Padre Pio, vedendo arrivare pellegrini napoletani a San Giovanni Rotondo, li invitasse a rivolgersi anche a don Dolindo, che considerava un sacerdote santo e un autentico apostolo di Napoli.

Le parole precise sono riportate in forme leggermente diverse dalle varie fonti; ciò che emerge con chiarezza è la profonda stima spirituale che univa le due figure.

Le singolari “prescrizioni”

Don Dolindo possedeva anche una tipica ironia napoletana. Alcune testimonianze raccontano che preparasse scherzose “ricette spirituali”, firmandosi “Dottor Cretinico Sciosciammocca”.

Accanto ai rimedi concreti ricordava sempre la “medicina” della fiducia, dell’obbedienza alla volontà di Dio e delle quotidiane Ave Maria. Era il suo modo affettuoso di insegnare che la fede non elimina le cure umane, ma impedisce alla malattia e alla paura di occupare tutto il cuore.

Bussare tre volte alla sua tomba

È divenuta tradizione bussare tre volte sul marmo della sua tomba, nel nome della Santissima Trinità, presentando a Dio una necessità attraverso la sua intercessione.

La consuetudine è collegata alle parole attribuite a don Dolindo: «Venite a bussare alla mia tomba… io vi risponderò».

Non è il gesto materiale ad avere un potere particolare. I tre colpi rappresentano una preghiera semplice e fiduciosa rivolta a Dio. Ancora oggi numerosi pellegrini raggiungono la chiesa napoletana per pregare, lasciare intenzioni e ringraziare per le grazie che ritengono di aver ricevuto.

Il messaggio riguardante la Polonia

Un episodio frequentemente ricordato dalle biografie devozionali riguarda un messaggio scritto nel 1965 a un destinatario polacco, interpretato successivamente come un riferimento all’elezione di un Papa proveniente dalla Polonia e al ruolo spirituale di quel Paese contro il comunismo.

I devoti lo collegano all’elezione di Giovanni Paolo II nel 1978. È corretto presentare questo episodio come una testimonianza o una profezia attribuita a don Dolindo, evitando di descriverlo come un fatto soprannaturale già riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa.

Don Dolindo e le cause impossibili

Don Dolindo non prometteva che ogni richiesta sarebbe stata esaudita nel modo immaginato dall’uomo.

Insegnava qualcosa di più profondo: nessuna situazione è priva della presenza di Dio.

Quando una malattia sembra senza rimedio, quando una famiglia si divide, quando manca il lavoro, quando una persona amata si allontana o quando la paura rende impossibile vedere il futuro, la preghiera non è una fuga dalla realtà. È uno spazio nel quale ritrovare la forza necessaria per attraversarla.

“Gesù, pensaci tu” significa:

Gesù, guidami mentre cerco una soluzione.
Gesù, sostienimi mentre aspetto.
Gesù, apri la strada che io non riesco a vedere.
Gesù, proteggimi dalla disperazione.
Gesù, compi in me e per me ciò che è veramente bene.

La vita di don Dolindo mostra che la fiducia non sempre elimina immediatamente la croce, ma può impedire alla croce di distruggere l’anima.

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Il Volto di Gesù Misericordioso

di don Dolindo

Sopra la tomba di don Dolindo, nella chiesa di San Giuseppe dei Vecchi a Napoli, si trova la riproduzione di un particolare dipinto del volto di Gesù: occhi chiari e profondi, uno sguardo intenso ma pieno di dolcezza e un accenno di sorriso che sembra rivolgersi personalmente a chi lo contempla.

La storia di questa immagine risale agli ultimi anni della vita di don Dolindo e fu raccontata anche da sua nipote Grazia Ruotolo.

Secondo la testimonianza familiare, don Dolindo desiderava che fosse dipinto il volto di Cristo così come egli affermava di contemplarlo nei suoi dialoghi interiori. Non si trattava soltanto di realizzare una bella immagine religiosa: desiderava un volto capace di comunicare la misericordia di Gesù, la sua presenza viva e il suo amore per ogni anima.

La pittrice Lucia Altomare

Tra le figlie spirituali di don Dolindo vi era Lucia Altomare La Porta, una donna di Trani che si dedicava alla pittura.

Don Dolindo le chiese di realizzare il volto di Gesù, descrivendole accuratamente i lineamenti che desiderava. Come riferimento le indicò anche il negativo fotografico della Sacra Sindone, affinché il volto mantenesse una somiglianza con l’immagine dell’Uomo della Sindone.

Lucia fu inizialmente sopraffatta dalla responsabilità. Temeva di non essere capace di rappresentare un volto così importante e spiritualmente impegnativo.

Preparò alcuni bozzetti, ma don Dolindo non li riconobbe come corrispondenti al volto che aveva in mente. Per tre volte le chiese di ricominciare. Lucia, scoraggiata, gli disse che probabilmente avrebbe dovuto affidare il lavoro a un altro artista.

«Abbandonati a Gesù»

Don Dolindo non volle rinunciare. Condusse Lucia in chiesa, le chiese di inginocchiarsi, le pose il rosario sul capo e benedisse le sue mani, i pennelli, i colori e gli strumenti che avrebbe utilizzato.

Poi la invitò a non preoccuparsi più delle proprie capacità, ma ad affidarsi completamente a Gesù. Le spiegò che non avrebbe dovuto dipingere contando soltanto sulla propria bravura: avrebbe dovuto lasciare che Gesù guidasse le sue mani.

Era lo stesso insegnamento che don Dolindo offriva alle persone nelle prove della vita:

Non agitarti. Fa’ ciò che puoi e poi abbandonati a Gesù.

Lucia riprese il lavoro. Don Dolindo continuò a sostenerla anche attraverso alcune lettere, dicendole che quell’immagine avrebbe portato consolazione e avrebbe aiutato molte persone a riscoprire la fede.

«È Lui!»

Quando Lucia gli mostrò il dipinto terminato, don Dolindo ne rimase profondamente commosso.

Guardò il volto di Cristo e disse semplicemente:

«È Lui!»

Aveva riconosciuto nell’immagine il Gesù che affermava di vedere nella preghiera: un Cristo maestoso ma vicino, solenne ma pieno di misericordia, con occhi capaci di penetrare il dolore dell’uomo senza giudicarlo.

In una lettera datata 5 febbraio 1966, don Dolindo scrisse a Lucia che ogni riproduzione del dipinto sarebbe stata come una preghiera rivolta al Regno d’amore e di misericordia di Gesù. Il sacerdote era convinto che quel volto avrebbe aiutato molte persone a convertirsi e a confidare maggiormente nel Signore.

Il significato dello sguardo

Il particolare più sorprendente del dipinto è lo sguardo.

Gesù non appare severo o distante. Guarda direttamente chi si trova davanti all’immagine. I suoi occhi sembrano conoscere le sofferenze, le paure e le domande nascoste nel cuore di ogni persona.

È come se il volto ripetesse silenziosamente:

Io ti vedo.
Conosco quello che stai attraversando.
Non sei dimenticato.
Non avere paura.
Affidati a me.

Il dipinto esprime perfettamente la spiritualità di don Dolindo. Il Gesù del “Pensaci tu” non è un Dio lontano, indifferente alle vicende umane. È un Gesù che guarda, ascolta, accompagna e prende nelle proprie mani ciò che l’uomo non riesce più a sostenere.

La scomparsa del quadro originale

Il dipinto originale, una tela di dimensioni relativamente piccole, fu donato a don Dolindo. Ne vennero realizzate numerose fotografie e riproduzioni, che cominciarono a diffondersi tra i fedeli.

Dopo la morte del sacerdote, quando si cercò di fotografare nuovamente l’opera originale, si scoprì che il quadro era scomparso dalla casa di don Dolindo. Le circostanze della sottrazione non sono state chiarite e ancora oggi non si conosce con certezza dove si trovi la tela.

Fortunatamente erano rimaste alcune riproduzioni fotografiche. Grazie a esse, l’immagine continuò a essere stampata e diffusa in diversi Paesi.

Quella esposta sopra la tomba di don Dolindo è dunque una riproduzione del dipinto realizzato da Lucia secondo le indicazioni del sacerdote. È il volto che accoglie i pellegrini quando si fermano a pregare e bussano sulla tomba pronunciando le parole:

«Gesù, pensaci tu».

Un’immagine da distinguere da quella di santa Faustina

Il Volto di Gesù fatto dipingere da don Dolindo non deve essere confuso con la più nota immagine della Divina Misericordia legata alle rivelazioni di santa Faustina Kowalska.

Nell’immagine di santa Faustina Gesù è raffigurato a figura intera, con una mano benedicente e due raggi che scaturiscono dal petto. Il dipinto legato a don Dolindo rappresenta invece soltanto il volto di Cristo e nasce da una differente esperienza spirituale e da una storia indipendente.

Le due immagini sono tuttavia unite dal medesimo messaggio: la misericordia di Gesù e la fiducia completa nel suo amore.

Guardare quel volto nelle prove impossibili

Contemplare il Volto di Gesù Misericordioso non significa attribuire un potere magico a un dipinto.

L’immagine è un aiuto alla preghiera. Invita a fermarsi, a lasciarsi guardare da Cristo e a consegnargli la sofferenza che non riusciamo più a portare da soli.

Quando ogni strada sembra chiusa, quando la malattia fa paura, quando una famiglia è ferita o quando non riusciamo a comprendere ciò che sta accadendo, possiamo guardare quegli occhi e pregare:

Gesù, Tu mi conosci.
Tu sai ciò che io non riesco a spiegare.
Guarda la mia sofferenza e quella delle persone che amo.
Guidami nelle decisioni che devo prendere.
Sostienimi mentre attraverso questa prova.
Io non vedo la soluzione, ma mi affido a Te.

Gesù, pensaci tu.

La tomba di Don Dolindo Ruotolo:

«Tu bussa e io ti risponderò»

Nel cuore di Napoli, nella chiesa di San Giuseppe dei Vecchi e Immacolata di Lourdes, riposano le spoglie mortali del Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo. La chiesa si trova in via Salvatore Tommasi n. 20 ed è divenuta una meta di preghiera per persone provenienti da ogni parte del mondo.

Don Dolindo morì a Napoli il 19 novembre 1970, all’età di ottantotto anni, dopo una vita interamente consacrata a Dio e segnata dalla povertà, dalla sofferenza, dall’obbedienza e dall’instancabile servizio alle anime. Il suo corpo rimase esposto per quattro giorni nella chiesa di San Giuseppe dei Vecchi, mentre una folla continua di fedeli giungeva per salutarlo e pregare accanto a lui.

Dopo la prima sepoltura nel cimitero napoletano di Poggioreale, le sue spoglie furono riportate nella chiesa nella quale aveva esercitato il proprio ministero sacerdotale accanto al fratello, don Elio. La lapide ricorda la data della traslazione: 10 dicembre 1974. Da quel momento, la sua tomba è diventata il luogo visibile di un incontro spirituale che sembra non essersi mai interrotto.

Don Dolindo, infatti, aveva lasciato ai suoi figli spirituali una promessa semplice e straordinaria:

«Quando verrai alla mia tomba, tu bussa. Anche dalla tomba io ti risponderò: confida in Dio».

Queste non sono soltanto parole tramandate dalla devozione popolare. La frase è riportata accanto al suo sepolcro e, secondo la testimonianza della nipote Grazia Ruotolo, era stata lasciata da Don Dolindo nel suo testamento spirituale per assicurare che avrebbe continuato ad aiutare, anche dopo la morte, quanti si fossero rivolti a lui con fiducia.

Perché i fedeli bussano tre volte?

Da questa promessa è nato il gesto che ancora oggi distingue la visita alla sua tomba. I pellegrini si avvicinano al marmo, raccolgono nel cuore la propria sofferenza o la grazia desiderata e bussano tre volte, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La frase autentica di Don Dolindo invita semplicemente a “bussare”; il gesto delle tre bussate è la consuetudine devozionale sviluppatasi in riferimento alla Santissima Trinità e confermata anche dalla stessa parrocchia.

Non si tratta di un rito magico, né di un gesto capace da solo di ottenere ciò che si domanda. Bussare significa presentarsi davanti a Dio con la povertà di chi non possiede più risposte umane. Significa affidare a Lui una malattia, una famiglia ferita, una paura, una situazione apparentemente senza soluzione.

È come dire:

“Don Dolindo, sono arrivato fin qui con il mio dolore. Aiutami a non disperare. Porta la mia preghiera a Gesù e insegnami a confidare in Dio”.

Una tomba che racconta la sua vita

Sul sepolcro sono incise anche parole che riassumono la storia sacerdotale di Don Dolindo. Egli parla della Chiesa che lo lasciò come “mutilato” nel suo sacerdozio, ma dalla quale nessuna tribolazione riuscì mai a separarlo. Ricorda poi che proprio nell’umiliazione il suo sacerdozio fiorì e si avvinse, come un’edera dalle molte radici, al sacerdozio eterno di Gesù.

Quelle parole racchiudono tutta la sua esistenza. Don Dolindo conobbe accuse, incomprensioni, lunghi periodi nei quali gli fu impedito di esercitare pienamente il ministero e sofferenze fisiche che negli ultimi dieci anni della vita lo lasciarono semiparalizzato. Eppure non abbandonò mai la Chiesa, non maledisse chi lo aveva fatto soffrire e continuò a perdonare, pregare e benedire.

Per questo la sua tomba non è soltanto il luogo nel quale riposa il suo corpo. È il segno concreto della spiritualità che egli insegnò per tutta la vita:

arrendersi non al dolore, ma all’amore di Dio; smettere di voler controllare ogni cosa e ripetere con fiducia: “Gesù, pensaci Tu”.

Bussare alla tomba significa bussare al Cielo

Ogni giorno mani diverse sfiorano quel marmo. Sono mani di malati, genitori, sposi, persone sole, uomini e donne che non sanno più come affrontare una prova. Ognuno porta una storia diversa, ma tutti arrivano con la stessa speranza: non essere lasciati soli.

Don Dolindo non promise che ogni desiderio sarebbe stato esaudito nel modo immaginato. Promise una risposta e indicò la strada per riconoscerla:

«Confida in Dio».

È questo il significato più profondo della sua tomba. Chi vi bussa non viene invitato a fermarsi davanti a Don Dolindo, ma a lasciarsi condurre da lui verso Gesù. La risposta può essere una grazia, una guarigione, una strada inattesa oppure la forza di attraversare ciò che non può essere cambiato. Ma il cuore della promessa rimane lo stesso:

Dio ascolta, Dio accompagna e nessuna preghiera affidata con fede va perduta.

Dove si trova la tomba di Don Dolindo Ruotolo

La tomba del Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo si trova a Napoli, all’interno della Chiesa di San Giuseppe dei Vecchi e Immacolata di Lourdes.

Indirizzo esatto:
Via Salvatore Tommasi, 20 – 80135 Napoli.

La tomba è collocata all’interno della chiesa ed è accessibile ai fedeli durante gli orari di apertura.

Per informazioni è possibile contattare la parrocchia al

numero 081 549 8529.

ATTO DI ABBANDONO A GESU'

Gesù alle anime:

- Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto si calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l'effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose.

Abbandonarsi a me non significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi, e cambiare così l'agitazione in preghiera. Abbandonarsi significa chiudere placidamente gli occhi dell'anima, stornare il pensiero dalla tribolazione, e rimettersi a me perché io solo vi faccia trovare, come bimbi addormentati nelle braccia materne, nell'altra riva.

Quello che vi sconvolge e vi fa un male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillo ed il volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi affligge.

Quante cose io opero quando l'anima, tanto nelle sue necessità spirituali quanto in quelle materiali, si volge a me, mi guarda, e dicendomi: "pensaci tu", chiude gli occhi e riposa! Avete poche grazie quando vi assillate per produrle, ne avete moltissime quando la preghiera è affidamento pieno a me. Voi nel dolore pregate perché io operi, ma perché io operi come voi credete... Non vi rivolgete a me, ma volete voi che io mi adatti alle vostre idee; non siete infermi che domandano al medico la cura, ma, che gliela suggeriscono. Non fate così, ma pregate come vi ho insegnato nel Pater: "Sia santificato il tuo nome", cioè sii glorificato in questa mia necessità; "venga il tuo regno", cioè tutto concorra al tuo regno in noi e nel mondo; "sia fatta la tua volontà", ossia PENSACI TU.

Se mi dite davvero: "sia fatta la tua volontà", che è lo stesso che dire: "pensaci tu", io intervengo con tutta la mia onnipotenza, e risolvo le situazioni più chiuse. Ecco, tu vedi che il malanno incalza invece di decadere? Non ti agitare, chiudi gli occhi e dimmi con fiducia: "Sia fatta la tua volontà, pensaci tu". Ti dico che io ci penso, che intervengo come medico, e compio anche un miracolo quando occorre. Tu vedi che l'infermo peggiora? Non ti sconvolgere, ma chiudi gli occhi e di': "Pensaci tu". Ti dico che io ci penso.

E' contro l'abbandono la preoccupazione, l'agitazione e il voler pensare alle conseguenze di un fatto. E' come la confusione che portano i fanciulli, che pretendono che la mamma pensi alle loro necessità, e vogliono pensarci essi, intralciando con le loro idee e le loro fisime infantili il suo lavoro.

Ci penso solo quando chiudete gli occhi. Voi siete insonni, voi volete tutto valutare, tutto scrutare, confidando solo negli uomini. Voi siete insonni, voi volete tutto valutare, tutto scrutare, a tutto pensare, e vi abbandonate così alle forze umane, o peggio agli uomini, confidando nel loro intervento. E' questo che intralcia le mie parole e le mie vedute. Oh, come io desidero da voi questo abbandono per beneficarvi, e come mi accoro nel vedervi agitati! Satana tende proprio a questo: ad agitarvi per sottrarvi alla mia azione e gettarvi in preda delle iniziative umane. Confidate perciò in me solo, riposate in me, abbandonatevi a me in tutto. Io faccio miracoli in proporzione del pieno abbandono in me, e del nessuno pensiero di voi; io spargo tesori di grazie quando voi siete nella piena povertà! Se avete vostre risorse, anche in poco, o, se le cercate, siete nel campo naturale, e seguite quindi il percorso naturale delle cose, che è spesso intralciato da satana. Nessun ragionatore o ponderatore ha fatto miracoli, neppure fra i Santi.

Opera divinamente chi si abbandona a Dio.

Quando vedi che le cose si complicano, di' con gli occhi dell'anima chiusi:

"Gesù, pensaci tu".

E distràiti, perché la tua mente è acuta... e per te è difficile vedere il male. Confida in me spesso, distraendoti da te stesso. Fa' così per tutte le tue necessità. Fate così tutti, e vedrete grandi, continui e silenziosi miracoli. Ve lo giuro per il mio amore. Io ci penserò ve lo assicuro. Pregate sempre con questa disposizione di abbandono, e ne avrete grande pace e grande frutto, anche quando io vi faccio la grazia dell'immolazione di riparazione e di amore che impone la sofferenza. Ti sembra impossibile? Chiudi gli occhi e di' con tutta l'anima: "Gesù pensaci tu". Non temere ci penso io. E tu benedirai il mio nome umiliandoti. Mille preghiere non valgono un atto solo di fiducioso abbandono: ricordatelo bene. Non c'è novena più efficace di questa:

O Gesù m'abbandono in Te, pensaci tu!